Sconfiggere l’abitudine per migliorare la qualità e la consapevolezza della nostra vita

Ieri ero fermo al supermercato quando ho visto mio figlio correre vicino ad un bambino di circa 8-10 anni.

Incuriosito dal gesto repentino, mi sono avvicinato a loro e ho notato che, il ragazzino, stava giocando con un tablet ad uno sparatutto. Nei pochi secondi nei quali ho “buttato l’occhio” avrò visto circa 5 flotti di sangue.

Al che, tra lo stupore ed il dispetto, ho allontano Giosuè dallo schermo, promettendogli un croissant se mi avesse seguito.

Il primo sentimento è stato quello di criticare aspramente i genitori.

Ma poi, nel momento in cui, il sangue è arrivato al cervello, mi sono reso conto che controllare pervasivamente i figli è un pratica impossibile da rispettare. Me ne rendo conto soprattutto adesso che ho 2 figli piccoli; se li contenessi a vista durante tutto l’arco della giornata credo mi porterebbero dallo psichiatra.

Quindi, nella speranza che i genitori non sapessero (lo spero) che loro figlio giocasse ad uno sparatutto, mi sono chiesto di chi fosse la responsabilità di un evento del genere.

E’ colpa della ditta produttrice del gioco?

Non credo. Non si può chiedere ad una società di evitare la produzione di un best seller per ragioni etiche. Il commercio, in maniera più larga l’economia, non hanno come fine l’etica ma il profitto. Se no non ci sarebbe chi ride al telefono dopo un terremoto.

La ditta di gaming produce ciò che pensa di vendere. Gli sparatutto funzionano e quindi si sviluppano giochi dove si deve ammazzare ogni cosa che cammina.

E’ colpa delle Istituzioni?

Non credo. Cosa dovrebbe fare il ministero “vattelapesca” per limitare un evento del genere? Vietarne la commercializzazione? Sappiamo che ogni metodologia restrittiva non fa che aumentare il desiderio di utilizzo e sviluppi, al contempo, un mercato di vendita collaterale.

Negli anni 80 ricordo come i ludopatici puntassero nei mercati neri. Era una pratica diffusa, nemmeno mal vista, che, oltre a garantire maggiori incassi nel caso di una vincita, permetteva di puntare su diverse attività che all’epoca non erano incluse nei canali tradizionali di scommesse.

Oggettivamente credo che l’unica compito delle istituzioni sia quello di sensibilizzare, cioè fare informazione.

Continuavo a non darmi pace. La sera mentre ormai erano andati a dormire tutti quanti continuavo a pensarci.

 

Se la responsabilità è di nessuno allora ci dobbiamo ABITUARE a vedere un ragazzino che gioca ad un intrattenimento non idoneo? In quel momento mi si è accesa la lampadina. La parola ABITUDINE aveva aperto una nuova prospettiva interpretazionale.

 

Vuoi vedere che la causa del mio dissapore è la maledetta abitudine che ci porta ad accettare ogni cosa? Più ci ragionavo e più pensavo di aver scoperto l’uovo di Colombo. Certo l’abitudine.

 

La nostra società annegata nell’informazione sempre più coinvolgente ed emozionale (Titoli ad effetto per indurci alla lettura, offerte promozionali su prodotti già scontati…), ci costringe a mettere un muro tra ciò che sentiamo e ciò che proviamo.

 

Un esempio? Vi ricordate la strage del Bataclan. In quel caso si è alzato un urlo di condanna condiviso, per lunghe settimane l’agenda delle più importanti testate del mondo ha focalizzato l’attenzione su quell’argomento.

Si parlava delle cause e degli effetti di tale gesto, della brutalità dell’assassinio di massa e della imprevedibilità alla quale saremmo stati condannati da lì in avanti.

Da allora, purtroppo, una serie sempre più pressante di eventi imponderabili, di matrice fondamentalista, ha continuato a colpire l’Europa. L’ultimo caso è quello che ha percorso il cuore di Barcellona. Un furgone preso a noleggio ha percorso la Rambla a velocità folle colpendo i passanti.

I primi 3 giorni, tutta l’Europa si è stretta attorno alla capitale catalana, da quel momento nessuna testata giornalistica ha più parlato di questo tragico evento. Si parla di terrorismo solo dopo una tragedia.

E’ doloroso dirlo, ma ci siamo assuefatti. Ci stiamo abituando a questi atti criminali casuali ma ripetuti. Il mantra ripetuto da tutti i cittadini intervistati è: “non vinceranno mai, continueremo a vivere come niente fosse”.

 

E invece no! E’ qui che ci sbagliamo, non possiamo continuare a fare finta che nulla succeda, se vogliamo che qualcosa cambi. Dobbiamo fermarci e ragionare. Dobbiamo interrompere le nostre abitudini. Solo in tal modo si diventa consapevoli dei problemi.

 

Allo stesso modo, in maniera chiaramente meno problematica, credo che l’abitudine sia la causa che ci permette di sopportare alcune derive sociali moderne, delle quali probabilmente non ci accorgiamo più.

La violenza nei videogiochi o nei film diventa sempre più diffusa e non ci si può nascondere dietro ad un dito sostenendo che la fruizione di un certa tipologia comportamentale non porti alla emulazione o almeno a qualche assuefazione. Basta, sfatiamo questo mito.

Se ogni giorno mi trovo ad uccidere decine di persone in un videogame, a cena mi trovo a sentire parlare il telegiornale di strage di innocenti, e la sera vedo un film con continui morti fine a se stesse, non diventerò un delinquente (almeno la maggior parte delle persone, qualche malato che si sente Rambo, poi lo si trova. Vedasi le stragi nei college americani), ma sicuramente il concetto della vita perderà un po’ del suo senso profondo, perchè l’abitudine ci porta all’acriticità.

 

L’abitudine è nemica del raziocinio, è la sconfitta del pensiero. Ci semplifica la vita ma la de-qualifica, e svilendola la de-personalizza.

 

Noi crediamo di scegliere le nostre opinioni ma in realtà la nostra mente ci porta ad escludere il ragionamento più profondo, per darci risposte già preconfezionate. Noi cuciniamo un piatto già pronto. Apriamo la busta, la mettiamo qualche secondo nel microonde e tac: la risposta è già servita.

Quindi il cambiamento preminente deve partire da noi stessi, non può prendere l’avvio dalle istituzioni, dall’economia etica, dalla scuola.

 

Il cambiamento è un atto di responsabilità personale e civile; il cambiamento è decidere di prendere fiato per ragionare e capire cosa pensiamo veramente.

 

Dobbiamo essere consapevoli che ciò che succede intorno a noi dipende anche da noi. Questo è un atto di forte responsabilità; se vogliamo vivere in una società più a “misura d’uomo” dobbiamo essere consapevoli che ogni nostra decisione pesa, anche la decisione più semplice.

 

Il cuneo che sconfigge l’abitudine è la decisione di:

  1. rallentare per prendersi del tempo per respirare e ragionare,
  2. “non continuare a vivere come prima”
  3. riconoscere i campanelli automatici che ci inducono a salivare quando li sentiamo (Riflesso Condizionato)

 

Come direbbe il saggio Vasco Rossi: “cambiare il mondo è quasi impossibile, si può cambiare solo se stessi, sembra poco ma se ci riuscissi faresti la rivoluzione“.

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